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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 9057 del 14 settembre 2010 (2503) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Lowlands - Gipsy Child
Lowlands - Gipsy Child
“Sono di Pavia, ma cantano in inglese. Ma se non lo sapete, sareste propensi a credere che siano di lingua inglese. Irlanda, Australia e Stati Uniti nel cuore, belle canzoni nella sporta, ospiti di lusso (Chris Cacavas, membri di Soul Asylum, Marah, Rod Picott band, etc.) per un disco bello e profondo che mette sul piatto almeno quattro /cinque canzoni di indubbio spessore”. Inizia così la recensione che un autorevole mensile italiano (Il Buscadero) dedica all’ultimo album di questo gruppo pavese.
 
Direi che è significativo del successo che, in soli tre anni di attività, hanno raggiunto e dell’attenzione che i media dedicano ormai a loro.
Concerti in giro per l’Italia e all’estero (sono stati “chiamati” per due volte in Inghilterra), le radio di Italia, Germania, Inghilterra, Olanda Belgio, Francia e Stati Uniti trasmettono ormai le loro canzoni.
 
The Last Call (il loro primo disco) è stato seguito (nel 2009) dal CD “EP Vol.1” che, più che un EP era un vero e proprio mini-album con vita e consistenza propria.
Possiamo quindi considerare, a tutti gli effetti, questo nuovo Gipsy Child come il loro terzo album. Come Paolo Carù, anch’io ho ricevuto in anteprima una copia del master del CD.
 
Ritornano sul disco Mike SLO MO Brenner alla lap steel (Ex Marah ed ex Magnolia Electric Co.), Richard Hunter (uno degli innovatori dell'armonica moderna) e Chris Cacavas (Green on Red, Dream Syndicate e Giant Sand) che stavolta oltre all'hammond ci mette i cori, il piano la chitarra e i mix... fondamentale! Poi le new entry: Joey Huffman (dei Soul Asylum) su due pezzi e i due duetti con Tim Rogers (You Am i), che ha anche scritto il verso che canta su Gotta Be, e Amanda Shires (Rod Picott) a violino e voce sulla traccia finale.
 
La prima cosa che si nota è la compattezza e la maturità del suono della band, in questo aiutata anche dal grosso lavoro di arrangiamento del chitarrista Roberto Diana. Peraltro, tutta la band si comporta egregiamente con, come sempre, un plauso particolare al gusto e al suono della violinista Chiara Giacobbe, a cui bisogna riconoscere il merito di almeno il 50% del suono del gruppo.
Edward Abbiati, cuore e motore (oltre che fondatore) dei Lowlands, frontman e voce solista, è il compositore delle musiche e dei testi dell’intero album.
 
I testi sono sempre più profondi e narrano di piccole storie d’amore e di disperazione, in cui la tristezza si alterna a momenti di speranza.
C’è tanta Inghilterra nel grigio che si confonde con le nebbie padane, storie di fantasmi (personali), di dubbi e visioni.
Dylan e Springsteen, ma anche Cohen e Fairport Convention, Eels e persino Paul Simon (in He Left. Chissà se Ed ne è accordo) occhieggiano qua e là in una scrittura che rimane comunque fortemente personalizzata e originale.
 
Sopra tutti, Gipsy Child, il brano che apre e che dà il titolo all’album, rimane quello che colpisce di più; anche per il testo che parla di un bambino zingaro e delle opportunità (scarse) che la vita gli prospetta per un futuro che appare inevitabilmente segnato.
Bellissimo album da non lasciarsi assolutamente scappare.
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 14/09/2010 (9057)

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