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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 8998 del 26 luglio 2010 (2149) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Sulle rive opposte del fiume
Sulle rive opposte del fiume
Ayako Nakamiya e Tetsuro Shimizu, due artisti nato a Tokyo che dall’‘87 vivono e lavorano a Milano, ed entrambi hanno partecipato a importanti e numerose mostre collettive in Italia e Giappone e in altri Paesi europei, espongono nel nostro Oltrepò nella mostra organizzata da Fortunago in Arte.
 
Si scrive d’arte dopo averla vista – commenta il pittore Pino Jelo, che,da oltre 15 anni, con il sostegno di Comune e Pro Loco, promuove eventi di arte contemporanea nell’antico borgo con il logo di Fortunago in Arte -. Le parole che si usano per descrivere un’opera d’arte dovrebbero servire a mettere nero su bianco, a fare il punto, a tradurre nel linguaggio verbale le sensazioni, i concetti, le emozioni, i pensieri che una pittura o più in generale un’opera d’arte visiva ci ha comunicato una volta che l’abbiamo vista.
È un bell’esercizio intellettuale: il bravo critico d’arte è sicuramente colui che riesce a restituirci con parole appropriate il senso di ciò che i nostri occhi percepiscono. Eppure a volte sentiamo che le parole non bastano, fanno fatica a farci rivivere l’intensa emozione che abbiamo avuto nel vedere un’opera. L’atto dello scrivere di per sé è conclusivo: nel momento in cui trovo le parole giuste per esprimermi ho razionalizzato e chiuso la logica concettuale che anima i miei pensieri. Le parole sono lì a fissare una volta per tutte i miei ragionamenti e il valore astratto e convenzionale del linguaggio verbale accomuna per sintesi concettuale la mente di chi scrive con quella di chi legge. L’atto del vedere è tutt’altra cosa. È sempre un atto cognitivo: vedo e quindi capisco, ma è un gioco aperto, pieno di stimoli e di rimandi, che vive di continue analogie. Analogie e suggestioni ancor di più presenti se l’opera non è figurativa, cioè se manca l’oggetto della rappresentazione, la figura, il paesag-gio,la natura morta. Quando l’opera è astratta abbiamo le trasparenze, i colori, i segni, le forme, i ritmi compositivi che s’impongono per sé stessi ai nostri occhi e stimolano la mente a dare un senso a ciò che si vede. E a volte le parole fanno fatica a corrispondere tutto l’insieme di emozioni e pensieri che l’atto del vedere, la percezione (capire con i sensi) visiva delle opere, è capace di farci vivere.
È sicuramente così per le opere di Ayako Nakamiya e di Tetsuro Shimizu che sfuggono alla definizione esatta della parola per svelare all’occhio che vuole vedere, e quindi sa vedere, emozioni e concetti sicu-ramente dai contorni poco nitidi ma non per questo meno veri. Anzi.
 
La pittura dell’artista giapponese Nakamiya risente degli influssi di quel post informale fondato su valori sia ambientali che temporali, che riesce a vivere e ricreare delle atmosfere rarefatte in cui soltanto il colore domina l'intera superficie.
Il suo lavoro ha tutta la pazienza e le leggera tessitura di una costruzione lenta, di una crescita quasi organica. Ogni finzione della pittura scompare e l’artista "ricama" con il pennello e il colore lo spazio piatto della tela. Il lavoro procede per avvicinamento ad un'idea che non è mai iniziale e né progettuale, ma sembra determinarsi con il farsi dell' opera, con il suo avvicinarsi progressivo al punto critico della pienezza. Questo lavoro emerge con chiarezza. Anche nei lavori su carta, tutti di grande eleganza, in cui l'artista sa rendere il suo intervento con grande sicurezza e leggerezza.
 
Il lavoro di Tetsuro si presenta come l'opera di un monaco. Il rigore e la disciplina del suo processo pittorico sono una forma di preghiera e di rispetto per la "Pittura".
Ogni fase della pittura viene da Tetsuro attentamente studiata: la forma del telaio, la tela, la preparazione dell'imprimitura, le mescole cromatiche.
Tutto converge nel rituale del dipingere. Lo spazio del dipinto entra in relazione inquieta con la sagoma dei telai, sembra torcerne la forma dall'interno, in concavità e convessità di matrice orientale. E lo spazio esterno irrompe nella tela da ardite fenditure, si insinua a mi-nacciarne i confini.
Lo spazio della vita e lo spazio della poesia entrano in una relazione non sempre facile ma questa sembra essere la sfida di Tetsuro, far scattare una nuova sintesi, un nuovo tentativo di armonizzazione tra uomo e cosmo, tra Est ed Ovest del mondo, senza necessaria-mente stravolgere l'uno a discapito dell’altro.
 
 Informazioni 
Dove: Palazzo Comunale di Fortunago
Quando: fino al 19 settembre 2010, al sabato e domenica, ore 16.00-19.30; negli altri giorni su appuntamento, tel. 340/6454695
 
 
Pavia, 26/07/2010 (8998)




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