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Pagina inziale » Spettacoli » Articolo n. 8401 del 12 gennaio 2010 (2171) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Rohmer: il più morale degli addii
Rohmer: il più morale degli addii
Questa mattina apro gli occhi su questa frase pronunciata dalla voce partecipe di un accorato radiogiornalista: “Lo schema è vecchio come il mondo. Un uomo incontra una donna, si incrociano, si trovano senza cercarsi, si separano senza lasciarsi o si ignorano senza smettere di amarsi, banale ed eccezionale come tutte le storie d’amore, unica ed infinitamente moltiplicabile.
 
La notizia in realtà è già stata data. Quella della morte a 89 anni del grande regista francese Eric Rohmer. Ma io ancora non lo so. Lo sospetto ma non voglio pensarlo. Non voglio saperlo.
Rohmer è stato uno dei miei primi amori al cinema.
A sedici anni sentivo il bisogno di avvicinarmi al video quando in tv (pensate che tempi folli…) passavano i suoi film.
Come se l’immagine non dovesse fare troppa strada per trovarmi.
Sentivo il bisogno di appuntarmi le frasi dei suoi dialoghi, così contestati da sempre da chi non capiva la grandezza, la raffinatezza, di quella finta banalità.
 
Poi a venti il primo film visto in Sala Grande alla Biennale di Venezia. Non il primo suo, il primo in assoluto per me in un grande festival.
É Le rayon vert. E quell’anno, è il 1986, il film vince anche il Leone d’Oro alla Mostra.
Il film, ricordo benissimo, è già iniziato quando arrivo in sala. Mi lasciano entrare lo stesso però, nonostante le regole, e appena scosto le tende di pesante fustagno marrone chiaro, mi viene incontro da uno schermo che mi sembra enorme Marie Rivière, co-sceneggiatrice ed interprete nel ruolo della protagonista, la romantica e sognatrice Delphine.
É un’agnizione. Nella storia Delphine vede sfumare una vacanza in Grecia perché la sua amica vi rinuncia. Eccola allora apparentemente cercare un’alternativa al viaggio abortito, in realtà eccola precipitare nella depressione consapevole più profonda.
Tutta una serie di incontri diventeranno per lei soltanto “prove”. La vista del mitico raggio verde, che guardando un tramonto al mare dovrebbe dirci se la persona con cui stiamo è quella giusta, se riusciremo finalmente a capire davvero noi stessi, si conferma una sfida impossibile, e lo sa bene chi, come me, ci ha provato chissà quante volte, naturalmente senza risultato…
 
Rohmer gira questo film in sedici millimetri, praticamente senza sceneggiatura, servendosi di un canovaccio e della insostituibile collaborazione della sua attrice feticcio, personaggio rohmeriano fin nel profondo, la Rivière.
Il risultato è impressionante.
C’è vita, verità, storia, finzione, amore, cultura, etica, disorientamento, empito estetico nella estrema modestia dell’assunto che contrasta con l’ammirevole esito di ciò che passa davanti ai nostri occhi.
Delphine è forte e debole. È appassionata e disperata. È piena di voglia di vivere ed estremamente rinunciataria al tempo stesso.
Delphine sono io, sei tu, siamo tutti noi, ogni giorno.
Tutti vogliono dirle come vivere. Ognuno conosce bene, per gli altri, la ricetta.
Peccato però che, di suo, fatichi a nascondere una disperazione esistenziale ben più grave della sua.
Delphine cerca, anela, aspetta il grande amore.
Il mondo vuol convincerla che sbaglia.
Lei sa di avere ragione.
Lo confermano le carte da gioco che trova sulla sua strada, le danno un segnale sulle scelte da fare, le decisoni da prendere.
E, volete saperne una buona? Da quel pomeriggio di più di vent’anni fa io trovo, in momenti particolari della mia vita, “regolarmente” carte da gioco sulla mia strada.
E non sto scherzando.
Perchè? A voi non capita più?
 
 Informazioni 
 

Roberto Figazzolo

Pavia, 12/01/2010 (8401)

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