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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 8019 del 30 luglio 2009 (1833) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Micheal Jackson: diciamo la nostra!
Micheal Jackson: diciamo la nostra!
Visto che ne parlano tutti, costantemente, dal giorno della sua morte, mi ero astenuto dall’aggiungermi al “coro” degli “incensanti” o dei “detrattori”.
Però, sempre più spesso, mi sento chiedere “…ma secondo te, alla fine, è stato così grande come tutti vogliono far vedere dopo la sua morte?”.
E così mi sono deciso a scrivere due righe.
 
Spazziamo via subito ogni dubbio: sì, è stato grandissimo per almeno tre album che hanno cambiato completamente il mondo della musica e dello spettacolo.
Lasciando da parte ogni considerazione possibile sul come è morto, su come ha vissuto e sulla pena che mi suscita il pensiero di come abbia completamente rovinato una vita che avrebbe potuto essere piena di soddisfazioni (oltre che, inevitabilmente, piena di denaro), il mio vuol essere un giudizio puramente artistico.
 
Bene, questo bambino prodigio che, all’età di otto anni, era già il vocalist e il front-man di una formazione di successo, con l’aiuto (da non sottovalutare assolutamente) di un grande arrangiatore e produttore come Quincy Jones (è stato per lui un po’ quello che George Martin è stato per i Beatles) ha rinnovato completamente la musica nera.
Quell’uso del basso “pompato”, sovrainciso con il synt per fargli raggiungere profondità sino ad allora inaudite; quel modo di cantare con la grinta di un James Brown e la duttilità vocale (specie nelle note alte) di uno Stevie Wonder; i suoni (in generale) così innovativi, avevano fatto gridare al miracolo già ai tempi di Off the Wall (quando la sua pelle era ancora nera).
 
Ma è con Thriller che raggiunge il suo apice: è il Stg. Pepper’s della Black Music.
E qui entra in gioco l’altra parte “rivoluzionaria”: lo spettacolo.
Non solo si è affidato all’uso dei “video” ma, con il pluripremiato Thriller (il primo “lungometraggio” della storia dei videoclip) ha sfondato tutte le barriere ed ha aperto nuove frontiere.
Lo stesso dicasi per i costumi, le scenografie e le coreografie che ha reso parte integrante di ogni suo spettacolo. Ha sfruttato le tecniche da “mimo” per inventarsi nuovi passi di ballo, poi divenuti famosissimi e abusati. (se proprio vogliamo “dare a Cesare quello che è di Cesare”, credo che prima l’abbia fatto il nostro Camerini con i passi mimici da Robot, ma la visibilità era ben differente).
Bad è il terzo album capolavoro della sua discografia (insieme a Off the Wall e Thriller); Dangerous è una costruzione ambiziosa, ma comincia a “mostrare un po’ la corda”.
 
Invincible è già la decadenza.
Da qui in avanti va tutto a rotoli e le vicende umane e giudiziarie prendono il sopravvento e i suoi dischi restano a prendere polvere sugli scaffali sino a quando la sua morte fa sì che vengano improvvisamente “razziati”, anche da ragazzini di otto anni che non hanno mai ascoltato una sua canzone e sono sospinti verso “il mito” dall’abbuffata mediatica scatenata da questa morte insensata.
 
Se volete un consiglio, ascoltatevi i tre dischi succitati, apprezzate il genio e dimenticatevi di tutto il resto: non conta!
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 30/07/2009 (8019)

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