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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 6602 del 28 aprile 2008 (9943) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Bronze e Campanacci in mostra
Bronze e Campanacci in mostra
Quando si dice una “curiosità”… Gira per l’Italia dal 2004, è stata ospitata nel 2006 a Zeri (Massa), per la X Festa della pecora zerasca, e lo scorso ottobre a Morbegno (SO), nell’ambito della 100^ Mostra del Bitto, ed ora, in occasione di “Varzi  in  Fiera”, la Mostra Internazionale di Bronze e Campanacci si concede un lungo fine settimana nel nostro Oltrepò.
 
Per chi non lo sapesse (come me, ad esempio, almeno fino a ieri) cominciamo con il distinguere i campanacci dalle bronze: entrambi sono campane che vengono appese al collo degli animali da pascolo ma, mentre i primi sono realizzati in ferro battuto, le seconde sono frutto di fusioni in bronzo.
 
A spiegare come sia nata un’esposizione itinerante così originale è il suo stesso ideatore, il professor Giovanni Mocchi, docente di Metodologia e Didattica della musica Università di Pavia, che, negli anni ‘70, fondendo le sue passioni per la montagna e per la musica, ha iniziato a collezionare questi oggetti.
 
Il tutto nasce dal desiderio di salvaguardare le diverse sonorità – racconta il professore pavese –, documentare la storia un’attività antica – la pastorizia – che oggi si sta estinguendo e raccontare lo spaccato d’inventiva e di imprenditoria che c’è dietro ogni oggetto.
Solo in Italia esistono 50 diversi “suoni” e sono come i dialetti: caratteristici di ogni zona. Ogni pastore sostiene che hanno un “bel suono” i campanacci che parlano la sua stessa lingua, mentre hanno un suono “brutto” quelli “stranieri”. Per i Lombardi, ad esempio, le campane piemontesi suonano come “secchie”, viceversa, per i piemontesi, le nostre sono troppo “brillanti”, quasi fastidiose
”.
 
Nati molto prima delle campane da chiesa, con la funzione di benedire (far “dir bene”) l’animale, i campanacci acquisiscono solo in seguito una funzione di segnalazione e riconoscimento.
Ogni bestia ha il suo suono – continua Mocchi – e spesso la campana che le viene attribuita è in relazione al suo carattere: una “morbida” sarà per una bestia timida e docile, una più forte andrà, invece, al collo di quella deputata a trascinare il branco.
E il pastore attento, da ciò che sente, capisce cosa sta facendo la sua mucca: se sta brucando, camminando al pascolo o combattendo. Nei greggi sardi, ad esempio, che hanno solo due tonalità, si può immediatamente individuare un’intrusione”.
 
Sono circa un migliaio gli esemplari raccolti dal nostro appassionato, non solo nelle varie regioni italiane, ma anche in Portogallo, in Spagna, in Svizzera, in Austria, nei Paesi dell’Europa dell’Est e perfino in Africa.
Tante le fogge e le dimensioni, dai pochi centimetri di diametro agli oltre di 10 chilogrammi di peso, infiniti poi le incisioni e gli intarsi degli stupendi collari decorati cui bronze e campanacci vengono appesi.
 
L’esposizione (di una selezione di pezzi della collezione) si apre con sonagli per animali in uso fin dalla preistoria - campane in pietra, in semi, in legno, in carapace di tartaruga - quando ancora non esisteva il metallo e si estende poi ai modelli del 1700, quando sono divenuti strumenti di lavoro molto diffusi.
Tutti gli esemplari sono corredati da puntuali didascalie che consentono al visitatore di scoprire epoca, tecniche costruttive, tradizioni e usanze legate a ciascun modello.
 
Il curatore sarà a disposizione dei visitatori, non solo per far loro provare a suonare i suoi “strumenti”, ma anche per proiettare, attraverso un pc, alcune video-interviste personalmente realizzate agli ultimi artigiani costruttori: “Un’interessante testimonianza – commenta in proposito  –  è quella del laboratorio di bronze di Ronco Canavese (TO) e della sua intensa attività di fabbricazione ed esportazione in Svizzera, dal 1800 fino agli inizi del 1900. Una produzione tale da valergli la medaglia d’oro del Re!”.
 
La mostra - facente parte delle iniziative “Tra Cultura e Natura” promosse dall’associazione locale "Varzi Viva" - documenta, dunque,  la poesia del paesaggio sonoro dei pastori e degli allevatori di varie parti del mondo, ognuno dei quali impiega ore e ore a scegliere i campanacci per comporre il “concerto” che lo accompagnerà per tutta la vita. Racconta le loro storie, non solo quelle personali, ma di un'intera valle, di un paese, del suo artigianato, delle sue attività, come tradizioni da conservare e tramandare, nella loro specificità, alle generazioni future.
 
 Informazioni 
Dove: Cantina Chiappano (datata 1100) con accesso dai portici di via del Mercato – Varzi
Quando: dal 1° al 4 maggio2008
Ingresso: libero
Per informazioni:
Associazione Culturale "Varzi Viva", tel 0383/545061,e-mail: info@varziviva.net
 

Sara Pezzati

Pavia, 28/04/2008 (6602)

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