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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 5772 del 25 luglio 2007 (1837) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Vive la France!
Vive la France!
Come ogni volta, quando mi reco all’estero (ma è ancora corretto parlare di “estero” con l’Europa Unita?) cerco di carpire il più possibile sul mondo musicale della nazione che visito. Nel caso della Francia è un pluriennale ritorno, ma non per questo privo di stimoli.
Quello francese è sempre stato un mercato “chiuso”, che vive di vita propria. Sì, è vero, con la globalizzazione tutto si mischia e tutto tende ad assomigliarsi; ma in Francia “assomiglia” un po’ meno.
 
La prima cosa che salta all’occhio (o se meglio credete, all’orecchio) è il trattamento riservato alla categoria dei musicisti: sono rispettati e stimati e se ci si iscrive alla categoria, come professionista, si ha diritto non solo alla pensione (come peraltro accade anche da noi) ma anche ad una indennità di disoccupazione, sulla base del concetto che un artista, anche se non lavora, deve poter creare liberamente, privo degli assilli della sussistenza quotidiana.
Il risultato è che in Francia gira un numero spaventoso di musicisti bravissimi (anche se sconosciuti fuori dai confini nazionali) da fare invidia.
 
Per quello che riguarda i generi musicali, ovviamente, c’è un po’ di tutto ma tende a mantenere, comunque, una sua caratteristica riconoscibile. Ci sono sì i rapper di origine algerina, che mescolano la musica nera con le influenze arabe, così come ci sono le ragazzine che cantano Pop (ma lo fanno con quella grazia tipica delle francesi), così come ci sono i rokers (ma Johnny Hallyday rimane (ancora oggi) l’idolo insuperato.
 
Quello che però stupisce (ma fa capire come certi nostri cantautori restino sconosciuti in Italia ma riescano ad avere grande successo in Francia) è la grande attenzione verso la canzone d’autore. E ancor di più stupisce il vedere che i “grandi” del passato (Brel, Montand, Trenet, Becaud) hanno ancora seguito non solo tra i settantenni o i cinquantenni, ma anche tra le generazioni dei giovanissimi, che ne conoscono e ricordano le canzoni più belle, arrivando a cantarle in coro durante i concerti.
 
E questo, secondo me, è segno di una superiore cultura musicale.
 
Mi è capitato di assistere, a La Garde Freinet (un paesino sulle colline sopra Saint Tropez) ad un recital di Gerard Michel, un cantante un tempo famoso, che oggi gira in tour con uno spettacolo basato sulle canzoni più belle di Blrel, Montand e Becaud.
Un vero piacere sentirlo e vederlo.
C’è quel modo tipicamente francese di “porgere” le canzoni, recitandole anche con il corpo e le espressioni del viso, quello scanzonato fatalismo che li fa cantare reccontando tragedie che assumono la lievità di un aneddoto.
E poi quell’abiltà, su uin palco scarno ed essenziale, di cambiare improvvisamente tutto, solo giocando con un paio di luci, o un cambio di camicia, o l’improvvisa comparsa di un cappello.
 
Sarà vecchia, sarà un po’ chiusa, ma la Francia ha ancora tanto da insegnarci in fatto di spettacolo musicale.
 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 25/07/2007 (5772)

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