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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 568 del 7 febbraio 2001 (4158) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
L'amore a Pavia dopo San Valentino
L'amore a Pavia dopo San Valentino

Tra il dire e il fare, si sa, c'è di mezzo il mare. O almeno, visto che il mare a noi è distante mentre il ceruleo Ticino è sotto i nostri occhi, di mezzo - tra il dire e il fare - c'è almeno la corrente del fiume. Vale a dire gli imprevisti della vita.

Il dire è dato dalle migliaia di messaggi che le coppie pavesi si sono scambiate per la ricorrenza di San Valentino: frasi, dichiarazioni, affermazioni, interrogazioni, invocazioni affidate ai media, ai telefonini, alla carta stampata.

Amore detto alla persona amata ma, anche, visto che viene affidato ad una comunicazione di massa, esibito agli occhi di migliaia di sconosciuti. Non importa che quei nomi che si rincorrono e sottoscrivono questi messaggi non siano identificabili: quello che conta è questa voglia di mettere in luce un sentimento che per esserci sembra avere bisogno di visibilità, di sguardi esterni che lo osservino, di testimoni che asseverino che quanto viene asserito c'è davvero. Esiste e dura.

Altro che riservatezza e sobrietà pavese: qui è il trionfo dell'esibito da parte di chi comunica. E' la vittoria della curiosità e dell'invadenza che scorre tutti quei messaggi e cerca di indovinare chi scrive a chi, pesa la filigrana di un sentimento e parola dopo parola gioca a indovinare la robustezza di un filo che lega due sconosciuti.

Avevo sempre pensato che gli amori alla pavese fossero piuttosto silenziosi, appartati, riservati. Amori e storie avvolti da un'aura di mistero, protetti dal non detto, dal celato dal nascosto.

Mi sbagliavo. L'amore a Pavia è un fiume di parole in piena, è un'alluvione di aggettivi, è un'esondazione di metafore più o meno azzeccate.

Niente di più sbagliato, ovviamente, che mettersi a fare il professorino su questi temi e con la matita rossa e blu segnare le incongruenze, le cadute, le ingenuità.

Ognuno dice ti amo come diavolo gli pare ma, di certo, a Pavia il ti amo viene urlato perché i dirimpettai lo sentano bene, perché la persona amata sia - agli occhi di tutti - avvolta dal possesso di chi la ama."Fa che non debba mai chiederti amore" scriveva Cristina Campo, forse la più grande poetessa italiana del Novecento.

Qui invece è un'invocazione unanime, un assedio senza tregua, un'occupazione di cuori che saetta come una guerra lampo verso la persona amata avvolgendola con un vortice che la separa, la distingue dal resto del mondo e ne fa una parte indispensabile della propria vita.

Confesso che a leggere questi messaggi mi è venuta un sorta di attacco di panico, una sensazione di claustrofobia. Come se la vita e l'aria - anche nella tranquillissima Pavia - si fossero fatte troppo piene, troppo dense.

Tra il dire e il fare - anche in amore - penso sia prezioso il silenzio e l'appartatezza. Amore alla pavese, sì, ma quello di una volta.

Quando era un affare privatissimo tra due persone che bastavano, ciascuna, a se stesse e proprio per questo erano pronte ad affiancare il loro destino a un'altra vita. Per un'ora, un giorno o un'esistenza intera. Sempre che la corrente - del fiume e degli eventi - lo concedesse.

 
 Informazioni 
 

Giorgio Boatti

Pavia, 07/02/2001 (568)

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