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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 562 del 16 gennaio 2000 (2377) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
I pavesi e il sole
I pavesi e il sole

Arrivano - con il solstizio d'inverno - i giorni più corti dell'anno. Il sole s'alza tardi e se ne va a nanna presto. Poca luce, dunque, e la cosa - per una terra e per della gente come la nostra che, diciamocelo pure, si distingue per molte virtù ma non s'impone certo per allegria e solarità - ha la sua importanza.

Sì, ci dev'essere qualcosa - nel rapporto tra i pavesi e il sole - che li rende rispettosi e timorosi al sopraggiungere dell'inverno.

E se fra tante città siamo noi ad ospitare la statua al Regisole, che dalla piazza del Duomo s'incarica di salutare il ritorno mattutino dell'astro che ci riscalda e ci fa vivere, qualche ragione ci deve pure essere.

E' come se ci portassimo - più di altri nostri vicini - la paura che la luce, che in questo periodo dell'anno va ad affievolirsi sempre di più, possa non ritrovare poi la sua forza vitale. E ricominciare la sua progressiva ascesa.

Certo, brume e nebbie non incentivano il rapporto tra la nostra gente e il Sole: c'è a volte, per settimane, questo velo grigio che a furia di frapporsi tra la terra e il cielo finisce per insinuarsi anche nei pensieri. E li fa grigi e bigi come l'orizzonte che sta davanti.

E questo condizionamento ad una luce smorzata, attenuata - essendo una costante permanente nei secoli - ha finito per plasmare psicologie, umori, caratteri della nostra gente. Addirittura, forse, per marcarne anche le differenze.

Si fa presto infatti a dire - proprio come Giulio Cesare nel fulminante incipit del resoconto delle sue imprese in Gallia - che anche la nostra provincia è "divisa in tre parti".

E a motivare la differenziazione di Pavese, Lomellina e Oltrepò con le ragioni storiche e le connotazioni economiche e sociali che nel corso dei secoli hanno influito diversamente sul loro destino.

E se tutto - o buona parte - di quello che fa diverso un lomellino da un oltrepadano o da un pavese dipendesse più semplicemente dal diverso modo con cui generazioni e generazioni di nostri progenitori hanno goduto della luce solare?

Apparentemente, accostati come siamo e separati gli uni dagli altri solo da poche decine di chilometri e dallo scorrere del Po e del Ticino, parrebbe che il Sole debba essere eguale per tutti: per gli abitanti di Candia Lomellina e quelli di Romagnese, di Vidigulfo e Golferenzo.

In realtà basta - come dire - toccare con mano, ovvero andare sul posto, in questi giorni di brume invernali, per rendersi conto che non è affatto così.

Che sulle colline tramonti fiammeggianti e albe rosate salutano le giornate anche nelle settimane decembrine. Invece, sul vasto orizzonte delle campagne lomelline, permane una luce lattiginosa: sembra gemere per l'assenza del sole . Adesso esattamente come ha fatto, da sempre, per tutti coloro che sono vissuti sotto quel cielo.

Inverosimile che tutto questo possa condizionare caratteri e psicologie?

Che l'allegra estroversione degli oltrepadani, oltre che dai traffici della via Emilia, possa dipendere da questa maggiore consuetudine con la luce?

E che, al contrario, certe malinconiche introspezioni tipiche della gente di Lomellina, certi temperamenti prudenti del pavese, dipendano proprio da questa minore consuetudine con la luce solare?

Comunque - come si sa - col solstizio d'inverno, toccato il punto più buio, la luce riprende a crescere dentro le giornate. Il sole riprende, seppur lentamente, ad ascendere. "A Nadal un pass d'un gall" dice un detto pavese: non è tantissimo ma, se non altro, vale per tutti. Pavesi, lomellini, oltrepadani.

 
 Informazioni 
 

Giorgio Boatti

Pavia, 16/01/2000 (562)

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