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Pagina inziale » Cultura » Articolo n. 555 del 7 novembre 2000 (5194) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
L'arbitrarietà del gusto
L'arbitrarietà del gusto

"Esiste una moda per i pittori come per qualsiasi cosa? O tutto ciò che in arte è eccellente è destinato a rimanere tale? Il fascino dell'argomento perdura, potente: perché perfino gli errori del gusto ci aiutano a capire i costumi di un'epoca".

Queste sono le domande di Francis Haskell, storico dell'arte inglese, grazie al quale, sebbene solo recentemente, si è cominciato a guardare alla storia della moda e del costume come a qualcosa che possa profondamente influenzare i cambiamenti nella realtà che ci circonda. Può essere interessante, al proposito, tornare su dei fatti avvenuti non molto tempo fa, nell'Ottocento, per ricordare il peso di determinate scelte.

Alla fine del XVIII secolo, Pavia decide di varare un nuovo piano urbanistico, che entra in vigore nel 1805, in seguito al quale vengono ridotte le parrocchie pavesi: ne rimangono solo cinque, contro la volontà delle autorità ecclesiastiche che, invece, ne ritengono necessarie un maggior numero.

Le norme che stabiliscono quali chiese debbano rimanere come parrocchie e quali debbano essere eliminate sono eminentemente legate alla loro posizione nella città, alle loro dimensioni e alla salubrità degli edifici. Solo come corollario, vengono considerate le valenze artistiche ed architettoniche dei luoghi di culto.

Molti edifici sacri, abbandonati all'incuria, senza più la cura giornaliera del sacerdote e la presenza dei parrocchiani, sono destinati ad un lento declino. Emblematico è il caso di S. Giovanni in Borgo, chiesa romanica di grande importanza storico-artistica, la cui fine è sancita nel 1805.

Il Rettore del Collegio Borromeo, accanto al quale la chiesa si trovava, decide infatti di acquistare l'edificio per allargare i possedimenti del collegio (e fare del sito un giardinetto privato, utilizzando i resti provenienti da un altare romanico, probabilmente della chiesa abbattuta, per la fontana di raccordo tra i due giardini).

La sua volontà resta inascoltata per cinque anni, poiché il Demanio utilizza la chiesa come magazzino militare e, solo nel 1810, la compravendita viene portata a termine. Nel 1811, si iniziano i lavori di demolizione e il lato meridionale del collegio viene ricostruito in stile dall'architetto Pollack (nel 1818-20).

L'arbitrarietà del gusto

E' strano pensare che un motivo di gusto personale possa aver cancellato l'esistenza di una testimonianza importante dell'arte medievale in Lombardia. Le fonti, infatti, parlano di S. Giovanni come di una chiesa assai simile al S. Michele, che è oggi simbolo di Pavia: se confrontiamo la pianta delle due chiese, vediamo la stessa scansione in tre navate, la presenza di una cupola e di una tribuna.

Sotto la tribuna, c'era una cripta; vi erano, inoltre, i matronei, cioè le gallerie che corrono sopra le navate laterali della chiesa e che erano destinate alle donne (matronae): esattamente come in San Michele.

Anche le facciate delle chiese presentavano forti analogie: tetto a capanna; due contrafforti sulla facciata che segnano la divisione interna in tre navate; un portone centrale e due laterali; due bifore a destra e a sinistra; una galleria percorribile sotto il tetto.

La decorazione, in parte conservata al Museo del Castello, era ricca di motivi vegetali ed animali e fortemente connessa alla struttura architettonica. Le similitudini con altre chiese romaniche pavesi hanno fatto supporre che la chiesa risalisse all'XI secolo, anche se la leggenda vuole che una prima chiesa sia nata agli inizi del VII per volontà della Regina Gundiberga, moglie di Rotari.

Un'altra tradizione riporta la notizia che ivi si trovasse la chiesa di S. Giovanni in cemeterio, sita cioè nei pressi di un cimitero, fondata dal vescovo S. Massimo (499-514) che avrebbe consacrato la chiesa a S. Giovanni Battista.

Oggi, per fortuna, l'uomo sembra aver imparato dagli errori del passato e mostra una maggior coscienza per ciò che merita di essere tramandato ai posteri.

 
 Informazioni 
 

Anna Montani

Pavia, 07/11/2000 (555)

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