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Pagina inziale » Musica » Articolo n. 331 del 20 dicembre 2000 (2637) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Sei in onda!
Sei in onda!

La prima volta che mi trovai davanti ad un microfono ero convinto che mai e mai più avrei subìto un attacco di panico.

La mia esperienza sui palcoscenici italiani mi faceva supporre di essere indenne da certe "patologie"; così, dopo il fatidico "sei in onda!", aprii la bocca ... e rimasi muto per un tempo che a me parve infinito ma che, in effetti, durò una manciata di secondi. Imparai subito così a mie spese a non aprire mai il microfono senza aver prima bene in mente cosa dire per almeno i primi 15 secondi! Il secondo tentativo andò meglio ma, quando ascoltai le registrazioni (è essenziale registrarsi sempre e riascoltarsi poi con calma per capire cosa e dove si sbaglia) mi resi conto che trovavo la mia voce insopportabilmente chioccia e con accenti dialettali pazzeschi.

Prima di continuare su questa strada, vorrei fare un appunto al film di Ligabue in cui, con troppa facilità, si sorvola su quelle che erano le oggettive difficoltà nell'impiantare una stazione radiofonica. Se è vero che bastavano due giradischi, un mixer ed un microfono per "fare musica", ci voleva ben di più per l'apparato trasmittente.

Se i primi tentativi i Nardò li fecero con una rete da letto brandita come antenna, subito dopo si gettarono nell'impresa di assemblare un trasmettitore autocostruito, quelli in vendita erano carissimi per le tasche di un gruppo di ragazzi. Una volta messo in funzione il trasmettitore si doveva essere capaci di "tarare" il cristallo dell'apparecchio in modo che il segnale fosse il più possibile definito così da poter essere ricevuto da un apparecchio radio senza dover rincorrere continuamente la frequenza di trasmissione. Per non parlare poi del rischio di finire su una banda già occupata da altre trasmittenti. In questo caso (non essendoci ancora leggi sulle emittenti, vinceva chi aveva il segnale più forte.

Se poi vogliamo propio dirla tutta, il problema di scovare un posto su cui issare l'antenna non era certo di facile soluzione anche perchè gli eventuali condomini protestavano subito per le interferenze subìte dai loro apparecchi televisivi.

Ma torniamo alle trasmissioni vere e proprie: quando cominciammo la programmazione (due ore al giorno!) ci si presentava come Radio Pavia. Poi, con sgomento, scoprimmo che dopo pochi mesi dai nostri inizi, era nata un'altra radio con notevoli capitali alle spalle e che, muovendosi in maniera professionale, aveva registrato il marchio con lo stesso nome. Panico generale! Poi qualcuno propose il nome simil-newyorkese di Radio City che, in ultimo, si tramutò in Pavia Radio City.

All'inizio le tre voci ufficiali di Pavia Radio City erano tre: la mia, quella di Turi Calogero (ora con me nei Back To The Beatles) e quella di Stefano Vignati. Con due giradischi portati da casa, un mixer autocostruito (costituito da una manopola che spostava l'uscita audio da un giradischi all'altro) e un microfono cominciammo ad impratichirci sull'arte di miscelare le canzoni. Non si rivelò poi così facile dosare la musica di sottofondo e la voce di chi parlava senza che una delle due non soverchiasse l'altra. Per non parlare del dramma del solco che non iniziava mai e mandava in onda cricchiolii e soffi in attesa della musica. L'incubo peggiore, però, è sempre rimasto quello della puntina che si incanta!

Dopo i primi momenti di esaltazione folle, in cui si telefonava a tutti gli amici e parenti dicendogli di sintonizzarsi sulla nostra frequenza, e il senso di onnipotenza derivante dal poter scegliere liberamente quale musica trasmettere e cosa dire, le pretese di protagonismo divennero più ambiziose.

Cominciarono così, sull'onda delle follie di Alto Gradimento, tutta una serie di trasmissioni demenziali in cui la musica subiva le deliranti divagazioni a sfondo goliardico del disc-jokey di turno.

... (continua)

 
 Informazioni 
 

Furio Sollazzi

Pavia, 20/12/2000 (331)

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