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Pagina inziale » Spettacoli » Articolo n. 2180 del 3 settembre 2004 (2843) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Venezia 61: esordio di lacrime e sangue
Venezia 61: esordio di lacrime e sangue

Che emozione si prova a tornare alla Biennale Cinema di Venezia per la ventesima volta: ansia, aspettativa, desiderio di cinema altro, o semplicemente noia?
Non vorrei pensaste che il vostro figazzolo sia tornato eccessivamente sartriano ed esistenzialista dalle lunghe ed un po' penose vacanze minorchine, ma è proprio così.

Che cosa può offrire a questo paese inquieto, a questo mondo dove si rapiscono i bambini a blocchi di centinaia, dove crollano le torri e si uccidono i giornalisti, un festival del cinema che si autodefinisce "una festa glamour" fin dalle prime dichiarazioni? Quanto ci può riguardare un "party multimedia" che tenti, anche lui, di obnubilarci facendoci dimenticare dove siamo, che cosa ci sta succedendo e perché?

Nelle premesse davvero molto poco.

Ma, si sa, a Venezia bisogna esserci. Bisogna respirare l'aria che tira. Si deve testimoniare, incontrare, mostrarsi e mostrare (divertente in una "Mostra", no?!) proprio perché è finito il tempo in cui potevamo illuderci di di-mostrare: dimostrare di essere belli, buoni, felici e soprattutto giusti. Di stare facendo le cose giuste al momento giusto.
Il giusto non esiste. E quanto alle "cose", beati voi se ci credete ancora...

Ma il motivo vero, una volta qui, diventa un altro.

A Venezia bisogna venire, e soprattutto vedere film, per accorgersi di quanto falso o perlomeno costruito e parziale sia, per l'ennesima volta, il messaggio giornalistico e televisivo che di questo evento ci è stato comunicato.

È vero. Davanti al palazzo del cinema campeggiano ingombranti ed un po' "imperiali" pilastri di plexiglass con tanto di leone d'oro kitsch come capitello (sessanta, una per ogni anno di Mostra, in pochi metri quadri, sembra un po' un monolocale iperarredato...).

È vero. La gente ti ferma, quando ti riconosce "accreditato", per chiederti quali sono le star di Hollywood in arrivo oggi al Lido: "Ma c'è Tarantino? E Denzel Washington? Ma quella non è la Bouchet?! E che ci fa in giro con Joe Dante?".
Ma la Mostra vera, quella che ci interessa, sta altrove. Nella piccola sala Volpi ad esempio dove ieri pomeriggio è passato un Freda introvabile (e quando lo vedi capisci anche perché..) come Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea, Italia, 1972, un horror folle e da Troma, una casa produttrice americana di scalcagnatissimi B-movie, che difficilmente riusciamo anche solo in parte ad attribuire al grande maestro del cinema horror (e non solo) nazionale. Teste che volano, schizzi di sangue, messe nere e canzoni di un'improbabile colonna sonora scritte da Freda stesso (in forte crisi espressiva?)... Si ride di gusto, ma si apprezzano anche le rare quanto preziose sequenze sicuramente girate da Freda: le scale della villa colle tende ondeggianti, la clinica psichiatrica in cui viene ricoverata la protagonista.

E ancora più interessante L'imperatore di Roma, Italia, 1987, opera poverissima, ma molto raffinata, in un bianco e nero incredibilmente prezioso, dell'outsider romano Nico D'Alessandria, una strana figura di filmmaker indipendente purtroppo prematuramente scomparso alla fine dell'anno scorso.

Le vicende di Gerry, tossicomane filosofo, sono seguite, non solo macchina a mano, per le vie della capitale. Scopriamo così un mondo di affittacamere squallido, le rosticcerie di cibo freddo, i piccolissimi prestiti negati per comprare alcol, fumo o roba: non c'è traccia di solidarietà tra questi perdenti. Ma Gerry un'etica ce l'ha. Lui non vende fazzolettini o accendini ai semafori per "far finta" di essere comunque dentro un sistema. Lui i soldi, le cento lire, le chiede alla gente per strada, o, se proprio non ce la fa, ma a malincuore, spaventa una vecchietta. E gli dispiace davvero di essere costretto a farlo...
Ed in cambio non dà proprio niente. Anarchico totale Gerry si spoglia nudo per strada e vomita il pessimo vino bevuto davanti agli adolescenti di una sala di di videogiochi: quale migliore lezione di vita?

Ma anche la famiglia entra in gioco. Che sia quella negata, della compagna del nostro e di Massimiliano, suo figlio, che lui non può più vedere perché la suocera glielo impedisce, o il padre che tenta di farlo rinchiudere "per proteggerlo": "Così almeno smetterà di bucarsi e di bere" o la madre, che significativamente non compare nell'inquadratura, ma la cui voce non smette di tormentare il riposo di Gerry durante un breve soggiorno a casa.

Tra Pasolini (il Tevere, la famiglia, il fuoricasta, ma soprattutto le inquadrature formalmente bellissime e che contrastano col tono basso delle storie raccontate, v. Accattone e Mamma Roma) e l'underground americano, Nico D'Alessandria si ritaglia un bello spazio, facendo rimpiangere la scomparsa di un cineasta che avrebbe senz'altro meritato maggiore fortuna produttiva e di distribuzione ed il cui carattere un po' ruvido ha probabilmente chiuso molte porte in un paese come il nostro così pieno di fedeli yes-men.

Ma già vi sento... Sì, l'impegno, d'accordo... Ma lo spettacolo?!
E va bene.
Prometto che domani vi parlo del grande cinema hollywoodiano da quest'anno nuovamente di ritorno alla Mostra del Lido.
Parola di scout. Promesso.

 
 Informazioni 
 

Roberto Figazzolo

Pavia, 03/09/2004 (2180)

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