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Racconto di Natale
Racconto di Natale

"Buon Natale! In giro per augurare Buon Natale! Che cosa è Natale per te se non il momento in cui devi pagare dei conti senza avere i denari; il momento in cui ti trovi più vecchio di un anno, e non più ricco di un'ora?"
Scrooge in Canto di Natale (1843) di Charles Dickens

"Castagne che arrostiscono sul fuoco, il gelo che ti pizzica il naso, canzoni natalizie cantate di porta in porta e la gente tutta intabarrata come gli esquimesi. Tutti sanno che un tacchino e un po' di vischio aiutano a rendere più allegra la stagione. I bimbetti con gli occhi raggianti troveranno difficile prendere sonno: sanno che Babbo Natale è in arrivo"

The Christmas Song (1946) Mel Torme

Così è Natale. E tu, cosa hai fatto?
Un altro anno è passato e uno nuovo sta per cominciare.
E' Natale per i deboli e i potenti, per i poveri ed i ricchi, per i vecchi e i giovani. Il mondo è tutto sbagliato!
Così, buon Natale e buon anno nuovo; e speriamo che sia veramente buono e privo di tutte le paure che ci affliggono!

Happy Xmas (1971) John Lennon

***

Faceva un freddo maledetto, di quelli tosti che ti ghiacciano qualsiasi parte del corpo rimanga esposta all'aria per più di dieci secondi. Se avessi preso un leggero colpo sulla punta del naso questa si sarebbe frantumata in mille cristalli di ghiaccio. Maledicevo il clima assurdo di Pavia che, quell'anno, aveva deciso di sfoggiare un inverno polare dopo avere inflitto un'estate torrida e afosa.

Mancavano poche ore alla cena della vigilia di Natale. Con i regali ero ormai a posto: avevo imparato da mia moglie a portarmi avanti, acquistando i doni mano a mano che li individuavo nel corso dell'anno.
Certo, nessuno è perfetto: mancava sempre qualche cosa da cercare all'ultimo momento ma, in caso contrario, che Natale sarebbe stato senza la proverbiale corsa al regalo?
Parliamoci chiaro: non sopporto quei personaggi snob o pseudointellettuali che dichiarano di odiare il Natale, festa inventata dai commercianti, ed il rito della ricerca spasmodica del dono a tutti i costi. Mi fanno anche un po' tristezza. I poverini, nel vano tentativo di assumere un atteggiamento anticonformista che spesso nasconde una mancanza di fantasia o (peggio ancora) un dissimulato disinteresse nei confronti del prossimo, si perdono le gioie di questo infinito gioco in cui entriamo dal momento della nostra nascita.
C'è anche chi partecipa al gioco in maniera sbagliata, scivolando negli eccessi o facendosi prendere dalla smania di arrivare in vetta alla classifica di chi spende di più; ma, come dicevo prima, nessuno è perfetto!

La città era sfavillante di luci e il ghiaccio e la nebbia rendevano l'atmosfera ancora più magica.
Corso Cavour era un fiume ininterrotto di persone che correvano impazzite nell'ansia degli ultimi acquisti. Come in ogni quadretto natalizio che si rispetti tutti si scambiavano auguri frettolosi ostentando sorrisi di circostanza.
Inutile dire che i bambini erano i più euforici. La massa informe della folla che gremiva la strada era punteggiata, quasi fosse un'enorme festone decorato, dalle macchie rosse dei costumi dei Babbo Natale che venivano assunti, sempre più numerosi, dai commercianti pavesi per distribuire caramelle e gadgets ai cittadini concitati.

Scivolai improvvisamente su una sottile lastra di ghiaccio e con una serie di movimenti scomposti cercai di mantenere l'equilibrio. Sembravo un mulino a vento con la frizione guasta mentre roteavo gambe e braccia fendendo l'aria come una spada da samurai. Inconsciamente però ero già rassegnato alla caduta; l'eccesso di spostamento dell'asse del mio baricentro naturale veniva percepito in maniera netta dal mio ego frustrato nel suo tentativo di combattere l'inevitabile.
Quando ormai mi ero rassegnato e mi stavo preparando ad una scannerizzazione dei danni subiti mi sentii afferrare per un braccio.
Forte di questo nuovo inaspettato puntello, con un ultimo colpo di reni che mi procurò una fitta dolorosissima alla schiena, riuscii finalmente a stabilizzarmi e a riconquistare una posizione dignitosa.
Dopo un silenzioso e dovuto atto di ringraziamento a tutti i santi del Paradiso, compiuto ad occhi chiusi, mi girai verso il mio salvatore.

Rimasi perplesso non tanto dal trovarmi di fronte ad un Babbo Natale quanto per il fatto che il volto, in netto contrasto con il bianco candido della barba posticcia e della parrucca, appariva particolarmente scuro. "Un Babbo Natale nero?" mi domandai stupito "Beh, perchè no? Dopo il Papa nero evocato dalla canzone dei Pitura Freska perchè non un Babbo Natale di colore?".
- Grazie - bofonchiai, cercando di riprendere un atteggiamento più composto - Rischiavo di passare il Natale rinchiuso in un blocco di gesso!
Un largo sorriso apparve su quel volto scuro ma gli occhi rimasero tristi
- Capo, non hai una sigaretta?
- Come no! - risposi estraendo il pacchetto di Marlboro dalla tasca del montone - Ecco qua, prendi!

Con le dita intirizzite cercò di estrarre una sigaretta mentre con occhi delusi guardava quelle mani inutili che tentavano di violare l'inaccessibilità di quel pacchetto.
- Aspetta - dissi riprendendomi le Marlboro ed estraendone due con un gesto reso semplice dal fatto di aver tenuto, fino a pochi momenti prima, le mani nel calduccio delle tasche. Con un unico movimento dettato da una consumata esperienza presi lo zippo lo aprii e accesi la mia sigaretta e la sua. La fiammata provocata dal kerosene rischiò di incendiargli la barba finta in puro acrilico. Se la tolse con fare stizzito e aspirò una lunga boccata di fumo tenendo la sigaretta rinchiusa nelle mani messe a conca, quasi che quella piccola brace potesse donare loro un po' del suo calore.

Osservandolo meglio mi accorsi che, senza barba, il suo volto non era nero ma solo di una carnagione più scura della nostra. Poteva essere un libanese o un tunisino o giù di lì.
Notai anche che, come Babbo Natale era alquanto male in arnese. Il costume era scucito e macchiato in più punti e, lungi dall'avere imbottiture interne che simulassero la stazza di una persona bene in carne, gli ricadeva addosso in pieghe disordinate. E poi, invece di trovarsi in mezzo alla folla, se ne stava riparato in un voltone ben discosto dalle vetrine illuminate dei negozi.
Insomma, tutta la situazione stuzzicò la mia curiosità così decisi di saperne di più su quello strano personaggio. In condizioni normali non è che io sia solito fermarmi a chiacchierare con il primo che incontro per la strada, ma mi sentivo in debito per il capitombolo evitato; così buttai lì un
- Freddo, eh?
- Hum, hum - rispose con un mugugno, scrollando la testa mentre aspirava il fumo della sigaretta.
- Ma non è che se te ne torni in mezzo alla gente, sul corso, ti scaldi un po' di più?
Mi guardò con l'aria sconsolata di chi parla ad un povero scemo.
- Hei capo, guarda che non me ne sto qui a battere la fiacca! Il fatto è che i bambini da me le caramelle non le prendono! Si avvicinano, mi guardano in faccia e si stringono ai genitori! - Quest'ultima frase fu pronunciata con voce strozzata.
- Ma dai! Figurati! A chi vuoi che freghi qualche cosa di trovarsi davanti un extracomunitario: siamo invasi da gente di ogni razza e colore. E poi siamo in Italia, non nel sud degli Stati Uniti. Non è un fatto di razzismo - in cuor mio non ero del tutto sicuro che le cose non stessero effettivamente così - è solo che sono abituati all'immagine di un omone bianco e rosa dall'aria gioviale e tu, scusa se te lo dico, ma di gioviale non hai proprio niente - Capii di aver detto una cattiveria: chissà che problemi aveva quel poveretto e io lo stavo accusando di non mostrarsi allegro e felice - Volevo dire... capisco che... però dovresti cercare...
- Lascia perdere! Non puoi capire!
- No, ma per carità... posso cercare di immaginare.... certo che se tu avessi trovato un altro tipo di lavoro... oltre tutto parli perfettamente l'italiano.
- Vedi che non hai capito niente! Io volevo questo lavoro: è l'unico che so fare!
Questa volta toccò a me guardarlo come se fosse un idiota.
Si interruppe e mi fissò a sua volta con aria molto seria poi, all'improvviso, la sua espressione corrucciata si aprì in un sorriso.
- Hei, capo, hai ragione: non puoi capire. Se mi offri un bel caffè caldo ti racconto una storia.
- Una storia di Natale? - chiesi con aria scettica.
- La storia di un Babbo Natale!

Ho sempre avuto un debole per le storie e tutto ciò che concerne il Natale. Sono anche uno dei pochi collezionisti di dischi natalizi!
Sbirciai l'orologio: avevo ancora un po' di tempo prima che cominciasse la prima parte del grande scambio dei regali.
- Okay - dissi - ma me la devi raccontare in non più di venti minuti perchè poi mi aspettano a casa.
C'è un piccolo bar, proprio di fronte ai grandi magazzini Upim, e lì ci infilammo andandoci a sedere in fondo al locale. Stavo per ordinare due caffè quando il mio strano compagno, con uno sguardo un po' colpevole, mi sussurrò
- Fa niente se invece del caffè prendo un cappuccino? Sai, sono abituato al caffè turco e il vostro espresso ...
- Va beh, ho capito - dissi con aria rassegnata - e scommetto che se ci aggiungo anche una brioche la storia diventa più lunga e più bella!
- No, però ti dico grazie.
Così, mentre si ingurgitava quella merenda piovuta dal cielo cominciò a bofonchiare.
- Allora, lo sai dove è nato Babbo Natale?
- Ma certo, al Polo Nord no? - risposi con l'aria dello scolaretto a cui viene chiesto quanto fa due più due.
- Ma questa è una balla bella e buona che vi siete inventati qui in Europa e che i vostri cugini americani hanno ben commercializzato. Tutte quelle idiozie delle renne che volano, della slitta e di quegli stupidi nanetti che costruiscono giocattoli tutto l'anno: puah! - fece un gesto con la mano in aria come se volesse scacciare una mosca - Stammi bene a sentire: Babbo Natale è nato in Turchia!
"Eccolo! Ci siamo!" - pensai - "Questa mi mancava proprio!"
La mia espressione doveva essere particolarmente eloquente perchè il mio compagno sorrise, si pulì la bocca con un tovagliolino di carta, si accese una sigaretta e si appoggiò allo schienale della sedia.
- Va bene, vedo che non mi credi. Allora cominciamo tutto da capo: Babbo Natale, Santa Klaus sono nomi che derivano da quello di Sanctus Nicolaus ... San Nicola!
- San Nicola di Bari? - chiesi con aria canzonatoria.
- Sì, bravo, proprio lui.
- Ma cosa ...?
- San Nicola è il protettore dei bambini e in nome suo e seguendo il suo esempio...
- Si va beh, ma anche ammesso... la Turchia... in tutto ciò?
- Lasciami spiegare: San Nicola è nato a Patara un antico porto del tempo dell'imperatore Adriano. Ora rimangono solo le rovine del teatro e i resti di una antica porta romana a tre archi e delle terme di Vespasiano. E' morto però a Demre, che un tempo si chiamava Myra, città di cui era il vescovo.
Lì fu imprigionato e giustiziato durante le persecuzioni di Diocleziano. Il sarcofago si trova ancora nel museo cittadino ma le spoglie furono trafugate alla fine del XI secolo e portate a Bari dove venne eletto patrono della città
.
- Mi vuoi far credere allora che il vero Babbo Natale è Lino Banfi e che invece dei canditi, nel sacco, porta le orecchiette con le cime di rapa?
Mi guardò con l'aria triste e rassegnata di chi sta parlando ad un deficiente.
- Va bene, ho capito: ho detto una stronzata! - aggiunsi, cercando di farmi perdonare per la battutaccia.
- Ecco, proprio! L'hai detto tu!
Diavolo, si stava decisamente arrabbiando. Mi affrettai ad assumere un'aria seriosa.
- Scusami, vai avanti: mi interessa.

- Dunque, all'epoca di San Nicola, che ancora non era santo ma solo un buon cristiano, infuriavano guerre dappertutto proprio come adesso. E, proprio come succede ora, quelli che ci andavano di mezzo erano i bambini, vittime innocenti della follia degli adulti. Nicola istituì un ordine monastico di seguaci che, come lui, si assumessero il compito di portare in giro una parola di pace e un piccolo aiuto per le giovani vittime. Per festeggiare il giorno della nascita di Nostro Signore era uso che i monaci si recassero presso i bambini più poveri e portassero loro doni e cibo per far sì che, almeno una volta all'anno, trascorressero un giorno sereno. Il vestito dell'ordine era costituito da una tunica rossa che ricordava il colore dell'abito vescovile. Naturalmente, con le persecuzioni cristiane, anche quest'ordine ebbe i suoi martiri e passò alla clandestinità. I regali continuarono a essere recapitati ma furtivamente e di notte in modo da non essere visti e catturati. Come sempre ciò che non si vede, che rimane nascosto, diventa fonte di miti e leggende.
- Ma allora?... tutta la magia del Natale...
- La magia uno se la crea. Basta credere in qualche cosa perchè questa cominci ad esistere veramente. La magia è in ognuno di noi. Si tratta solo di imparare ad esercitarla. Il nostro ordine, con il passare dei secoli, qualche trucchetto l'ha imparato.
- Perchè - dissi con aria dubbiosa - vorresti farmi credere che tu sei un monaco?
- Già, proprio così! Io sono un Babbo Natale vero. Solo che ormai la gente non sa più chi siamo. Vuole solo il Babbo Natale della Coca Cola; quello grasso, bianco e rosso, che guida quelle insulse renne volanti e cerca di infilarsi giù per i camini che neanche ci sono più!

Io ho dovuto attraversare il Mediterraneo su un peschereccio carico di illegali curdi e sono arrivato fin qui per scoprire che nessuno ha più bisogno di me e che i bambini mi temono. E poi, cosa avrei da offrire? Non certo computer dell'ultima generazione, o stupidi pulcini elettronici, o Barbie incinte o, peggio ancora, cagnolini di pezza che alzano la zampa e fanno pipì! Ho cercato di travestirmi da quel simulacro che loro adorano ma nenche così sono stato accettato.
La disperazione di quell'uomo, anche se lo ritenevo "fuori come un davanzale", mi commosse.
- Dai, non fare così - dissi, dandogli una pacca sulla spalla - non ti buttare giù. Hai solo sbagliato luogo e momento. Qui, in pieno centro cittadino, ti sei messo a contatto con un tipo di società che, pur non rendendosene conto, ha raggiunto un certo livello di benessere. Crediamo di essere emancipati ma siamo solo terrorizzati dall'idea che qualcuno possa far traballare il nostro piccolo mondo dorato. Temiamo gli altri, i "diversi", gli immigrati che con il loro disagio ci ricordano come eravamo e come non vorremmo più essere. E' proprio in questo mondo di emarginati che la tua opera potrebbe ancora essere apprezzata, lì dove la povertà non è solo una parola ma una condizione a cui sopravvivere.
Mi guardò in silenzio per un po'; poi prese a parlare con voce tesa
- Cosa ne sai tu della povertà? Sei mai stato povero, ma veramente povero? Le feste sono un lusso che i poveri non si possono permettere. E tu, cosa fai per rimediare a tutto questo?
- Io? Niente, non ne ho la forza. Credo di essere troppo egoista o forse troppo spaventato, come tutti gli altri; ma mi illudo che il fatto di parlarne esorcizzi i miei timori. O, forse, aspetto che altri facciano qualche cosa al posto mio. Non so! E poi, che cavolo vuoi da me? - e feci per alzarmi Allungò una mano sopra il tavolo sino a toccare la mia, come per fermarmi. Tornai a sedermi.

- Scusa - borbottai - ma mi stai sommergendo con una soffocante retorica che sa di buonismo. Dovrei essere io, stando alla logica natalizia, a mostrarmi pieno di buoni sentimenti nei confronti dei bisognosi e, invece, mi riduco a cercare di difendermi da accuse che saranno anche giuste ma che mi fanno sentire solo più colpevole e pieno di rancore verso me stesso e verso di te che mi sbatti in faccia dei problemi che non voglio affrontare... e che so di non essere in grado di risolvere. Siamo tutti così: spaventati e soli contro tutti.
- Diavolo, credevo di essere depresso ma tu... - In effetti tutta la mia pomposa allegria natalizia si era dissolta come uno sbuffo d'alito nell'aria fredda. Mi sentivo a disagio e intimidito - A questo punto il mio problema con i bambini me lo fai apparire come una caccola di mosca se lo confronto con i grandi temi universali che mi hai spiattellato sul tavolo. Ma non avresti dovuto essere tu, ricco grasso e felice, a confortare me, povero immigrato travestito da simulacro natalizio? E poi accusi me di essere retorico! Tu devi avere qualche problema! In fondo ti stavo solo raccontando una storia di Natale in cambio di un cappuccino!
- E di una brioche! - aggiunsi io, riacquistando improvvisamente il mio buon umore. Per un attimo mi ero visto, patetico e triste, impelagato in un falso personaggio dickensiano mentre cercavo di dimostrare a quel povero cristo che io stavo peggio di lui. L'immagine mi strappò un sorriso. La magia del Natale può rivelarsi anche così: andando a riesumare tutte le storie lacrimose a lieto fine che ti propinano sin dalle scuole elementari.

La realtà era tornata ad aver ragione su una fantasia inquinata dai falsi obblighi di buoni propositi. Lo guardai: sorrideva anche lui con aria complice.
- Senti capo, tu mi hai offerto da bere e da mangiare, mi hai dato le tue sigarette e la tua tristezza. Io voglio darti qualche cosa per tua figlia.
- Come fai a sapere che ho una figlia? - esclamai sorpreso.
- Ti ho detto che qualche trucco, nei secoli, l'abbiamo imparato!- mi sussurrò alzandosi - Ciao e... Buon Natale!
Stringendomi la mano mi fece scivolare nel palmo un oggetto duro e appuntito poi me la richiuse a pugno con aria misteriosa.
Rimasi lì col pugno chiuso mentre lo guardavo dirigersi verso l'uscita.
Fissavo la mia mano senza avere il coraggio di aprirla. Ancora una volta la fantasia prese il sopravvento: ero sommerso dal ricordo di tutti i racconti che avevo letto, di tutti i film che avevo visto e mi aspettavo che, da un momento all'altro, dal mio pugno si sprigionasse una luce intensa rivelandomi chissà quale magica meraviglia.
Dopo qualche minuto mi decisi ad aprire la mano. L'oggetto si rivelò una stellina dorata di latta; una normalissima stellina decorativa.
Con un sorriso scossi il capo e, facendomela scivolare nella tasca del montone, mi alzai a mia volta. Era ora di tornare a casa e partecipare con gioia al mio piccolo rito natalizio.

A casa, mentre aspettavo che i parenti arrivassero in massa, passai davanti all'albero addobbato e qualcosa attrasse la mia attenzione. Appeso ad un ramo dondolava un piccolo Babbo Natale nero.
- E questo? - domandai a mia figlia che in quel momento stava portando in tavola un vassoio di salatini.
- Ma era nel sacchettino che regalavano quei Babbo Natale che c'erano in corso Cavour questa mattina; ti ricordi quando io e la mamma siamo entrate all'Upim e tu sei rimasto fuori a fumare?
In effetti non mi ero quasi accorto della loro presenza, tanto facevano ormai parte del paesaggio tipico delle feste.
Guardandolo meglio mi accorsi che il pupazzetto reggeva in mano un bastoncino. Preso da un'idea improvvisa andai all'attaccapanni che stava in corridoio e, infilata una mano nella tasca del montone, ne estrassi la stellina di latta. Tornato vicino all'albero provai ad infilarla sul bastoncino: si adattava perfettamente! Le luci intermittenti provocarono alcuni lampi sulla sua superfice dorata.
Brutto bastardo! Altro che trucco! Probabilmente ci aveva visto insieme al mattino e aveva ricollegato quel pezzo mancante al pupazzo che aveva dato a mia figlia. E io che quasi ci cascavo!
Però la magia, ancora una volta, per un attimo aveva funzionato.
Fissai il pupazzo che dondolava lentamente e, per uno strano gioco di luci, sembrava strizzarmi l'occhio.
Un Babbo Natale Turco! Ci mancava solo questo!
In un moto improvviso strizzai l'occhio a mia volta, in direzione del pupazzo ed esclamai - Buon Natale!

 
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Furio Sollazzi
Racconto in versione integrale

Pavia, 22/12/2003 (1567)

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