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Pagina inziale » Spettacoli » Articolo n. 11001 del 4 luglio 2012 (3265) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Pavia-Innsbruck: un gemellaggio possibile?
Pavia-Innsbruck: un gemellaggio possibile?
Che cosa potrebbe diventare la città in cui viviamo se soltanto ci si guardasse intorno e imparassimo dai nostri vicini?
A volte me lo chiedo. Che cosa accadrebbe a Pavia se anche noi ospitassimo un bel festival come quello di Innsbruck, che quest’anno si è tenuto dal 5 al 10 giugno 2012 nella sua 21^ edizione?
L’International Film Festival di Innsbruck si tiene in tre sale dedicate, il Leokino 1 e 2 e il semplice ma ospitalissimo Cinematograph, nei pressi della stazione, tutte sale cogestite in parte dall’ente pubblico, in parte da società private, e anche questa volta non sono mancati spunti, intuizioni, aperture inattese su quello che è da sempre il topic di questa manifestazione: approfondire lo studio, la conoscenza, l’attenzione europea sul cinema dei paesi in via di sviluppo.
 
Ed una costante è apparsa evidente nel ricco programma proposto anche quest’anno dal direttore Helmut Groschup e dalla sua coinvolta crew: l’importanza della violenza, la sua decisa escalation, la sua affermazione come comodo ed accettato strumento di normalizzazione e controllo della società in tutto il mondo e specificamente nei paesi più poveri, quelli in cui le popolazioni sono meno tutelate.
Da questo punto di vista il documentario Evolution of Violence di Fritz Ofner, Austria 2011, compendia ottimamente l’assunto.
La sua m.d.p. mobile e fissa, pietosa e realistica, apparentemente distratta e in realtà assolutamente puntuale, fotografa uno stato delle cose decisamente preoccupante.
Se nei primi dieci minuti, infatti, il regista si “limita” a mostrare senza commento scene del crimine, che riguardano l’omicidio di un giovane, di un bambino, di una ragazza, in modo freddo, distaccato, quasi brechtiano, il film continua, e la partecipazione per lo spettatore si fa strada lenta ed inesorabile, attraverso un montaggio semplice e conseguente.
I cadaveri dietro le strisce di nastro della polizia, quelle sagome dentro le bodybags lucide e nere, smettono gradualmente di “rappresentarsi” come “lancio da notiziario della sera” per ri-affermarsi come corpi di persone. Esseri umani. Rappresentanti di quello stesso genere, di cui tutti facciamo parte.
In Guatemala, il paese in cui Evolution of Violence è girato, secoli di repressione si sommano a 36 anni di guerra civile. Come considerare ancora la vita stessa qualcosa di rilevante? Le radici della violenza allignano profonde. Ma la società civile non si arrende e organizza laboratori di terapia del dolore per le donne che hanno perso il marito o un congiunto, si stringe intorno a legali, che lavorano gratuitamente per i più poveri, stritolati da questi meccanismi, permette a chi faceva parte di questi spietati squadroni della morte di recuperare una quasi intollerabile memoria, esorcizzandola nel racconto delle torture perpetrate quanto subite. Ecco allora che l’indifferenza della polizia quanto quella dei media diventa lunare: nessuna conoscenza può davvero trasmettersi attraverso immagini non “mediate”. Solo una partecipazione, che è prima di tutto estetica e di assunto, può ambire a trasmettere un’emozione, comunicare un evento.
 
Sempre una visione della violenza, anche se molto differente in Archeo, Slovenia 2011, che vince il premio come miglior fiction del Festival. La giuria internazionale, composta dal direttore della fotografia polacco Piotr Jaxa, dalla filmmaker italiana Michela Occhipinti, che spero tanto di poter invitare in una prossima edizione di Sguardi Puri anche a Pavia, e da Seraina Rohrer, direttrice del Solothurn Film Festival, riconosce infatti al regista Jan Cvitkovic di aver ritratto in forma originale la solitudine esistenziale di tre archetipici individui: un uomo, una donna ed un bambino.
Il mondo, la natura, le basi della stessa esistenza umana sono violente, e violento è il primo tentativo di avvicinamento tra i tre: trappole, appostamenti, agguati, in un mondo semplice e antico, sorta di paradiso terrestre detecnologicizzato e postnucleare, che solo nel finale inaugura un ethos molto più dolce e, ci piacerebbe aggiungere, “umano”: la famiglia si ricrea su basi mimetiche. Non più tre individui soli e spaventati. Ma un nuovo nucleo. Più forte e consapevole, anche se ancora muto. Annichilito dall’incomprensibile eterno mistero di un lento tramonto.
 
E se il biancoenero scintillante e contrastato di Febre do Rato di Claudio Assis, Brasile 2011, si concentra a Recife, nella povera regione del Nordeste, sulla violenza del potere politico e poliziesco, che si scaglia contro la scomoda espressione dell’anarchico, surrealista poeta Zizo e della sua sensuale musa Eneida, è la violenza di un gesto estremo, quello della giovane professoressa Martine, in Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau, Canada 2011, a sconvolgere questa piccola, apparentemente ideale comunità francofona durante l’ultima rigida stagione invernale.
A sostituire l’insegnante suicida si presenta l’esule algerino Bachir Lazhar, più rude della titolare e con metodi educativi decisamente “oldfashion” rispetto a questa. E tuttavia la classe di questi giovanissimi allievi gli si consegna totalmente. La morte violenta della loro mentore, che si è impiccata in classe, non può essere elusa. E non parlarne, far finta di nulla, scatena al contrario guai peggiori. Un tarlo insidioso. Lazhar stesso d’altronde, si porta dietro orribili, violente memorie con le quali fare i conti. Sarà soltanto il dialogo, uno sguardo diretto, il contatto di un abbraccio che potrà provare a scalfire il tremendo muro delle tristi, cortesi indifferenze che ci circondano.
 
La morale appare evidente. Incuranti del grado di civiltà dell’ambito in cui ci muoviamo, barbarie, brutalità e ferocia dominano incontrastate le nostre esistenze. Quanto prima ce ne renderemo conto - ecco il potere pedagogico del cinema - tanto più efficace potrà essere la nostra lotta.
 
 Informazioni 
 

Roberto Figazzolo

Pavia, 04/07/2012 (11001)

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