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Pagina inziale » Tavola » Articolo n. 661 del 7 aprile 2001 (3221) Condividi su Facebook Stampa Salva in formato PDF
Vini emergenti
Vini emergenti

Fino a qualche anno fa, e dato che il tempo vola in maniera indicibile mi riferisco a circa dieci anni orsono, coloro che inserivano nelle loro liste di vendita o di importazione vini provenienti da zone così lontane del mondo, venivano tacciati di esibizionismo; a ragion veduta possiamo certo affermare che chi così si esprimeva usava quantomeno una grande superficialità, dato che i prodotti della California, Cile, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica etc. hanno raggiunto in breve tempo una standard qualitativo invidiabile ed un posto predominante nel "ranking" mondiale del vino. L'atteggiamento iniziale degli addetti ai lavori suonava un po' come se dicessero: "ma cosa volete che facciano in quei posti? Il vino buono lo produciamo noi": dominava una grande incredulità sulla possibilità di sfondare nei mercati internazionali.

Oggi per certo si deve cambiare opinione, e non si può farne a meno dopo aver assaggiato molti dei vini dei "nuovi mondi", molti dei quali, per svariate ragioni, hanno anche un rapporto qualità - prezzo incredibile. Forse uno dei primi ad imporsi all'attenzione mondiale è stato il cosiddetto "beaujolet bianco", il vino bianco novello proveniente dal Sudafrica. Peculiarità del prodotto, l'arrivo sui nostri mercati con sei mesi circa di anticipo rispetto ai novelli nostrani. Insomma, curioso poter offrire per esempio fra tre mesi un vino che riporta in etichetta "vendemmia 2001": tutto ciò può sembrare anomalo, ma trova la sua logica spiegazione valutando che il paese di origine si trova nell'emisfero opposto, con la conseguente "inversione" delle stagioni...

Ma certo non solo la curiosità ha decretato la diffusione di questo prodotto, sicuramente anche la sua valenza per la tipologia di vino che rappresenta. Sull'onda di questo successo, per la verità oggi come oggi un po' scemato, hanno preso una discreta fetta di mercato molti vini provenienti dalle zone sopra citate, i cui produttori hanno avuto certo la lungimiranza di proporli seguendo il gusto internazionale del pubblico, e dettando di conseguenza le basi presto seguite dalla maggioranza dei produttori mondiali: rossi importanti con grado alcolico rilevante ed invecchiamento medio-lungo, bianchi forzatamente "passati in legno", fino all'eccesso dei bianchi neozelandesi od australiani, che presentano dopo appena un anno colori giallo dorati di intensità notevole, giusto per il tempo che passano a contatto con il legno delle barriques nelle quali riposano.

Non è quindi un caso che una rivista specializzata come l'americana Wine Report, che tradizionalmente ogni anno segnala i migliori cento vini a seguito di attente e numerose degustazioni, annoveri ormai stabilmente nella "top ten" numerosi prodotti provenienti proprio da queste zone ex - emergenti. Non dimentichiamo per favore che quest'anno al vertice della classifica c'era però un vino italiano, precisamente toscano, pagato la bellezza di circa duecento dollari in un'enoteca degli States!

Se volete, tutte queste parole fungono da preambolo a quello che è il fulcro del mio discorso: non commettiamo nuovamente l'errore di sottovalutare chi si affaccia con rinnovata veste e grande impeto sul mercato nazionale. Le nuove realtà emergenti battono bandiera tricolore e provengono da quelle terre che fino a ieri erano famose solo per vini "troppo" forti, bianchi poco bevibili, e soprattutto per essere serbatoio inesauribile per le aziende produttrici di vermouth italiane ed estere, o solo zone interessanti per la grande quantità di mosti concentrati prodotti, così utili al nord nelle annate meteorologicamente poco favorevoli.

Il meridione dell'Italia sta lanciando la sfida alle pietre miliari della produzione enologica nazionale: con argomenti sicuramente validi come vini rossi di nobile struttura e persistenza, vini bianchi di "nuova generazione" molto, se mi consentite il termine, internazionalizzati. Costi contenuti e sicuramente leggi vantaggiose, soprattutto nella Sicilia, regione a statuto autonomo, dovrebbero mettere in allarme ogni coscienzioso produttore affinché non venga ancora commesso l'errore di sottovalutare il nuovo corso intrapreso da queste realtà, che forse è sminuente o tardivo chiamare "emergenti".

 
 Informazioni 
 

Maurizio Villa

Pavia, 07/04/2001 (661)

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